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n. 6 / aprile 2003 |
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Paura
e ansia non servono
Siamo in guerra.
alle
h 2 a.m. del 18 marzo siamo solertemente informati in diretta,
da tutti i possibili mezzi di comunicazione, sull'evolversi
e involversi del conflitto. Gli americani attaccano, gli americani
fanno migliaia di prigionieri, gli americani non umiliano i
prigionieri, gli iraqeni bruciano i pozzi, gli americani faranno
tutto il possibile per non coinvolgere i civili, gli americani
porteranno viveri e soccorsi umanitari.
Ciò che sembra sia stato contrattato dal nostro primo
ministro Silvio Berlusconi, oltre alla disponibilità di
spazi e degli aeroporti italiani, è un po' di propaganda
pro U.S.A. per confermare il loro storico eroismo a favore dei
deboli, che è il nome in gergo di una notissima legge
economica.
Ma non basta. Tutti i talk show, le rubriche, gli spettacoli,
gli ospiti, gli interventi parlano di guerra. Gli spettatori
sono costantemente irradiati (speriamo non in modo contaminante)
da pensieri, riflessioni, opinioni, analisi, interpretazioni
il cui oggetto è la guerra. Tutti, ma soprattutto i più
anziani che la guerra l'hanno anche vissuta in prima persona
sul terreno di casa, sono suscettibili di più o meno consapevoli
stati d'ansia. Le vecchie memorie si risvegliano e viviamo in
un bene o male identificato stato di preoccupazione. Infatti
non ce ne accorgiamo quasi, ma in modo molto sottile, continuando
a fare le cose di tutti i giorni, ci portiamo in giro una zavorra
di pensieri e timori che non ci appartengono e soprattutto non
ci servono. Questo non significa minimizzare ciò che sta
accadendo in Medio Oriente o far credere che il conflitto in
atto sia poco preoccupante. I presupposti e i rischi li conosciamo
bene. Le possibilità future riusciamo ad immaginarcele
in modo molto chiaro e realistico. Non ci sono esagerazioni
o montature di sorta. Il problema è che viviamo tutto
questo in un momento sbagliato, che non è il momento presente.
Proiettiamo la nostra mente in un ipotetico futuro e ci rimuginiamo
sopra come per alimentarlo, confermarlo, dargli vita. Come se
già segnassimo, in un tracciato immaginato, ciò
che succederà nella realtà. Percorriamo in anticipo
un sentiero per vedere dove arriva, quando il tempo di arrivo
non è oggi e forse non lo sarà mai. Precorriamo
i tempi e ci creiamo una realtà che, pur se non ancora
accaduta, ci crea disagio. Questo è un meccanismo che,
sia nelle piccole come nelle grandi cose, è largamente
usato ed è causa della maggior parte del malessere di
cui soffrono le persone.
e-l'-avevo-detto!,
è l'unica consolazione che pare rimanga alla conclusione
nefasta di una qualsiasi storia: l'aver avuto ragione su una
profezia poco celestina. La cosa cui non si pensa mai è
però che tutto questo pensare, convincersi, preoccuparsi
di una determinata cosa che non si desidera o che addirittura
si teme, non fa che aumentare la possibilità che la cosa
accada. Questo perché i pensieri funzionano come i messaggi
radio. Vengono prodotti da tutti noi, che fungiamo da emittenti,
e propagati da chi è d'accordo con noi, che funge da ripetitore
o antenna. Se questo tipo di pensiero è poi coordinato
da uno strumento di massa come la televisione possiamo riuscire
ad immaginare l'efficacia del risultato. In poche parole pensare
che saremo oggetto di attacchi terroristici o che il conflitto
darà il via alla terza guerra mondiale non ci aiuta. Aiuta
molto di più pensare ed agire in contrapposizione a tutta
questa corrente devastantistica. Che senso ha manifestare per
la pace se poi si deve esprimere la stessa rabbia e desiderio
di distruzione che hanno i terroristi che pretendiamo di combattere?
Molto meglio costruire e creare emergenze nuove che si oppongano
ai pensieri comuni. La nostra più grande lotta è
tra l'essere presente o essere manipolato, tra l'essere presente
e attivo o proiettato passivamente verso un futuro già
deciso ma non da noi.
Sì, siamo in guerra, ma ci siamo da molto tempo, non solo
dalle h 2 a.m. del 18 marzo 2003.
Simona Valesi
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