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n. 5 / marzo 2003
 

La follia è vita

Nel corso di un'intensa vita dedicata alla rappresentazione comica, del grottesco e della farsa, Dario Fo dice di essere diventato uno scienziato della follia: chiave di ribaltamento della realtà e mezzo per opporsi alle regole dell'ordine costituito.
di Simona Valesi


differenza di molti altri personaggi dello spettacolo della sua statura o inferiore, mettersi in contatto con Dario Fo sembrava essere relativamente facile: nessun filtro, nessuna segretaria, nessuna agenzia a posticiparti l'intervista a date futuristiche di tempi fantascientifici. Ti ritrovi con il suo numero di cellulare e, sorpreso, rimani con quel numero in mano con un mezzo sorriso alla Gioconda e ti dici "bhé, oggi lavoro facile". Buona fortuna però non ce l'avevano augurata ed era quella che ci sarebbe servita.
La telefonata per definire i tempi dell'intervista al celeberrimo comico e commediografo, premio Nobel per la letteratura nel '97, ci catapulta nel mezzo dell'organizzazione del carnevale di Fano di cui Dario segue la direzione artistica. La richiesta è indolore, ci chiede cortesemente di richiamare tra mezz'ora. Non sapevamo che quella mezz'ora, che ci fece sospettare di avere raggiunto una mera segreteria telefonica, avesse la proprietà di autoriprodursi ed espandersi a livelli inimmaginabilmente infiniti. Al settimo tentativo eravamo già convinti che fosse pura follia, quindi sapevamo di aver trovato quello che cercavamo.
Infine, ballonzolati tra un palco, una mostra e una strada dove impazzavano i carri carnevaleschi riusciamo ad accordarci:
— Che avete detto? Un'intervista sulla famiglia?
— No, sulla follia
— Ah bhé, è la stessa cosa!
Ci siamo guardati. Avevamo all'altro lato del filo la persona giusta.
— Ma non possiamo rimandare fra tre settimane?
— Il nostro giornale chiude fra quattro giorni
— Io sto diventando matto!
— E' proprio quello di cui volevamo parlare.

n questo modo, tra la simpatica cortesia di Dario e la nostra Santa Pazienza, siamo riusciti a farci raccontare come, secondo il punto di vista del giullare-regista, la follia fa parte del teatro, della rappresentazione artistica e della vita stessa e come è l'espressione di una presa di coscienza popolare e della sua rivoluzione nel senso più ampio e costruttivo del termine.
— Tutta la Commedia dell'Arte— dice Fo —e moltissima parte della tradizione teatrale è sempre impostata sulla follia. Se si guardano le situazioni comiche e grottesche si vede, dentro all'uomo, il ribaltamento delle cose, come è messo in evidenza da quell'opera importante che è L'Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdham. Il clown, per esempio, in francese si dice fou, il folle. Mentre da noi esiste, nel gioco delle carte, La Matta, che può realizzare ciò che il normale essere vivente non può realizzare.
Per utilizzarne i vantaggi o lanciare un messaggio- continua Fo -ci sono infinite situazioni che utilizzano questa chiave per portare la follia al massimo. C'è un famoso monologo dell'Andreini in cui lei si finge pazza per poter mettere in ginocchio personaggi che non le permettono di amare il suo uomo. Ci sono anche moltissimi personaggi sacri che sono letti in questa chiave. Per esempio San Francesco dice di essere il giullare di Dio; i personaggi che gli sono intorno lo definiscono un demente e il papa stesso afferma che è impossibile seguire la sua logica perché è la logica dei fuori di senno. Si può dire che tutto quanto è dentro la storia e il valore dell'umanità veda la follia come la chiave del rifiuto delle regole, delle norme e delle consuetudini che fanno gioco al potere. Infatti il potere ha bisogno di grande ordine e grandi ordinamenti, tant'è vero che una delle chiavi fondamentali per mandare all'aria il potere è rompere le regole.

ei vari personaggi che Dario Fo ha creato e interpretato sicuramente il ruolo del matto emerge sempre, è decisamente il suo ruolo preferito e non se ne distacca facilmente:
— Tutti i personaggi che realizzo hanno qualche chiave legata alla follia. Non ne ho di preferiti, li ho amati tutti. Quello che amo moltissimo è il nuovo personaggio che devo fare. Ogni volta il nuovo è quello che amo di più.
Però ricorda con affetto Morte accidentale di un anarchico, portato in tournée negli anni '70, in cui ci ricorda che Òl'anarchico è rappresentato da un pazzo con vere manie per riuscire ad arrivare al paradosso". La commedia racconta di un fatto realmente accaduto a New York nel 1921. Un anarchico di nome Salsedo, emigrante italiano, precipitò da una finestra del 14° piano della questura centrale della città americana. In seguito ad un'inchiesta si scopre però che l'anarchico era stato buttato giù dai poliziotti durante l'interrogatorio. Fo ambienta la vicenda in un setting nostrano giocando sull'estremizzare la realtà con la parodia, ma anche alludendo al caso italiano di Pinelli, morto in circostanze molto simili.
— Nella mia vita teatrale ho fatto cento pazzi! Allora attraverso il teatro posso dire di essere diventato uno scienziato della follia.

a tradizione carnevalesca, con il suo uso delle maschere e spirito canzonatorio, riesce ad entrare con facilità in questo schema comportamentale di trasgressione che vuole esprimere il desiderio di cambiamento, se non il completo ribaltamento di una realtà oggettiva e indesiderata. E Dario che ama tutto ciò che è folle ce lo conferma:
— Il Carnevale è follia e capovolgimento di tutte le regole e di tutti i tabù. E' stato istituito perché altrimenti ci sarebbe stata l'esplosione da parte delle persone che non rispettavano e non accettavano certe regole e imposizioni. E' diventato un rito così importante all'interno della società, non come valvola di sfogo o per tener tranquilli gli esagitati e gli idioti, come dicono certi personaggi, ma come conquista popolare di altissimo valore. Nell'XI secolo il vescovo di Brescia, aveva imposto che il Carnevale fosse sospeso dai riti, lasciando le manifestazioni dei bambini ma sopprimendo la parodia e la presa in giro del potere. Censurava in poche parole il rito del processo al vescovo e alle autorità. Questo provocò una sollevazione popolare per cui il vescovo dovette scappare e potette ritornare solo quando promise alla popolazione che non si sarebbe più permesso di dare certi ordinamenti. E in questi giorni di festa qui a Fano— ride divertito Fo —abbiamo cacciato il vescovo.

l Carnevale di Fano è uno fra i più antichi e amati carnevali d'Italia, unico al mondo per il lancio di quintali di dolciumi tirati dai carri allegorici durante le sfilate. Questa tradizione nasce da un gesto canzonatorio fatto nel corso di un Palio disputato con cavalli ed asini alla metà del Quattrocento, in cui dei dolci al miele furono lanciati verso gli spettatori. Nei secoli si è trasformato nel celebre combattimento a suon di cioccolatini. Ed è forse anche per questo che, con i suoi seicentocinquanta anni di storia e di tradizione del Pupo Gargantua, Fano si è meritata il nomignolo di città dei bambini.
Dario ha ideato per lei uno spettacolo-evento itinerante sulla linea del ribaltamento delle situazioni. Le rappresentazioni, che si svolgono nell'arco di quattro giornate in diverse parti della città murata, iniziano all'insegna del recupero delle origini con in piazza il Rito della Spoliazione, dove giullari e bambini svestono i potenti per dare inizio alla settimana del carnevale. Prosegue con la giornata dedicata allo sberleffo e al rovesciamento per concludersi con il processo al Pupo che dà il via alle grandi feste.
Gli spettacoli coinvolgono circa trecento persone tra danzatori, acrobati, clown, cantori, musici e attori che intendono ricreare e recuperare il senso di partecipazione al rito della tradizione carnevalesca:
— Un insieme di bande e sketch di gruppi straordinari che celebrano tutti i riti medievali messi in festa. E poi in tutta la città centinaia di bambini, cui questo carnevale è dedicato. I bambini, ultimo gradino della scala sociale, hanno finalmente la possibilità di esprimere anche loro un proprio discorso.

l tema del folle è a Dario molto caro. Nella rassegna di quadri e disegni raccolta nella mostra "Pupazzi con rabbia e sentimento" che accompagna il Carnevale a Fano si ripercorre l'attività di Dario Fo pittore dagli esordi dell'Accademia di Brera fino ad oggi. Espone oltre quattrocento opere del poliedrico artista tra cui dipinti, carte teatrali, bozzetti, manifesti, illustrazione e scenografie originali. Troviamo fra questi anche un dipinto intitolato Il Matto e molti pupazzi a testimonianza della passione di Dario per le marionette. A questo proposito non manca di ricordare che "anche nel gioco dei burattini c'è il matto!" E confermando il suo attaccamento affettivo verso questo carattere sociale a volte vilipeso ma sempre, in fondo, amato, ci svela come questa figura, utilizzata efficacemente all'interno della teatralità e la parodia, abbia una profonda connotazione di saggezza. Si pensi al matto nel Re Lear di Shakespeare. Le uniche riflessioni che danno lucidità e senso di sicurezza in quel circo di aride emozioni umane sono proprie le sue, quelle che il re va cercando sempre più disperatamente proprio quando è lui stesso che sembra perdere la ragione. Dario annuisce:
— Il matto è molto più saggio del cosiddetto normale perché rompe le regole della normalità che è la vera follia. La vera follia è la normalità. Senza aggiungere che anche io sono un matto. Ecco, adesso ti ho detto tutto. Che cosa vuoi sapere di più?
— Per ora niente. Magari ci sentiamo tra mezz'ora.