 |
n. 1 / ottobre 2002 |
| |
 |
 |
Piccolo
dizionario
Chipko
Movimento ecologista che, dagli anni '70 lotta in difesa
delle foreste contro il diboscamento selvaggio. Chipko vuol
dire, letteralmente dall'idioma indiano locale, "abbracciare
gli alberi" ed è un'organizzazione molto diffusa tra
le contadine delle caste basse himalayane. L'incontro con
tale movimento ha permesso a Vandana Shiva di ampliare la
comprensione delle intime connessioni tra ecologia e femminismo.
Diverse Women
for Diversity L'ecofemminismo è la filosofia del
movimento internazionale iniziato a metà degli anni
'90 con Navdanya tra i membri fondatori.Le Diverse Women
difendono la diversità, la pace e la democrazia dalla
crescente arroganza della monocoltura, dalla guerra,dal
totalitarismo e dal fondamentalismo.
Ecofemminismo
I l termine è la sincresi di ecologia e femminismo.
Nella visione di Vandana Shiva la riproduzione femminile
e quella agricola sono due processi vitali che hanno resistito
alla mercificazione. Ma ultimamente come le donne sono state
lentamente espropriate, attraverso la scienza maschile occidentale
del loro corpo e del sapere sul loro corpo, così i
contadini vengono espropriati del sapere sui loro semi.Per
questo la battaglia per la liberazione dei semi si affianca
idealmente e concretamente a quella della liberazione delle
donne.
Eugenetica
"Scienza che studia le condizioni più favorevoli
alla riproduzione della specie umana per il miglioramento
progressivo della razza" (Grande Dizionario illustrato della
lingua italiana Gabrielli). Tristemente famosi gli esperimenti
nazisti di eugenetica.
Tecnologia Terminator
La semplice preghiera che ogni contadino ripeteva in
India al momento della semina ("Che i semi siano completi,
che non si esauriscano mai, che portino avanti altri semi
il prossimo anno") è stata sostituita dalla preghiera
delle multinazionali "Che i semi abbiano un termine così
posso fare profitti ogni anno". La tecnologia Terminator
ha il fine di prevenire le sementi dal germogliare. |
| |
 |
|
|
Una
voce dall'India
Vandana Shiva, premio Right Livelihood
Award nel '93, si organizza contro le multinazionali straniere
per difendere l'economia del suo paese. Lo fa partendo dalla
difesa dei semi autoctoni.
di Elisabetta Galgani
conducenti
dei tassì o degli autorisciò in India si divertono
spesso a ripetere al turista ignaro le due "leggi segrete" dell'India:
"Time has no meaning" e "Everything is possible in India" ("Il
tempo non ha significato" e "Tutto è possibile in India").
Lentezza e misticismo. Sembrerebbe facile da capire. Ma non
è esattamente così. Sarà per il miliardo e
mezzo di persone che la abita, sarà soprattutto per la
stretta convivenza delle comunità tribali con le avanguardie
tecnologiche, ma effettivamente in India vivono, prendendo a
prestito il titolo di un bellissimo documentario su questo paese,
"tutti i pensieri del mondo". Nonostante ciò l'Occidente
è distratto, sa poco o nulla di questo paese, relegandolo
come sfondo di un sogno passato di moda, anni '70. Servono personaggi
pubblici di elevata statura morale ed intellettuale perché
qualcuno inizi a raccontare. Attualmente il personaggio in questione
è Vandana Shiva, 50 anni, nata alle pendici dell'Himalaya,
laureata in fisica, scienziata, filosofa che lotta contro le
biotecnologie, autrice di numerosi libri e pubblicazioni.
el
1982 ha fondato a Dehra Dun, sua città natale, il Centro
per la Scienza, Tecnologia e Politica della Risorse Naturali,
un istituto indipendente di ricerca che affronta i problemi
dell'ecologia sociale. Navdanya, letteralmente "nove semi",
nasce invece nel 1987 come un programma dello stesso Centro
per proteggere la biodiversità, specialmente dei semi
autoctoni (native seeds), in via di estinzione a causa delle
coltivazioni industriali. Il movimento per la Living democracy
(letteralmente "Democrazia Vivente") fondato da Navdanya nel
'99 è un'altra risposta creativa alla biopirateria ed
ai monopoli delle multinazionali: tra le molte battaglie, si
costituiscono dei registri della biodiversità dove le
conoscenze agricole indigene vengono documentate, protette e
tramandate dai nonni a nipoti, di generazione in generazione.
Secondo la scienziata e filosofa indiana l'ultima ricchezza
del Terzo mondo, impoverito delle sue risorse dalla colonizzazione
del cosiddetto Primo Mondo, risiede nei suoi semi, nelle piante
medicinali, nei saperi tradizionali.
Purtroppo anche quest'ultima ricchezza è oggetto da diversi
anni di un saccheggio che si riproduce secondo due direttrici
principali: l'introduzione di piante sterili ottenuto con la
biotecnologia da un lato, il giogo dei brevetti in mano alle
multinazionali dall'altro. I semi geneticamente modificati si
sono rilevati molto vulnerabili agli attacchi dei parassiti
ma soprattutto costringono i coltivatori a ricomprarli ad ogni
semina. (E questo tralasciando quelle che sono per la scienziata
le implicazioni e le strette correlazioni che intercorrono tra
biotecnologia e la ripudiata eugenetica.) Dall'altra i semi
autoctoni, selezionati dal lavoro millenario dei contadini,
sono oggetto della biopirateria: le multinazionali se ne impossessano,
li analizzano, li brevettano, li riproducono a caro prezzo e
costringono i contadini stessi a pagare il "diritto d'autore"
dei semi ad ogni semina. Tutto ciò spinge milioni di agricoltori
impoveriti o sloggiati dalle terre ad addensarsi nelle periferie
delle grandi città, nei fatiscenti "slums", a vivere di
elemosina. La drammatica situazione è resa evidente anche
dal numero crescente di suicidi tra i contadini (si pensi a
questo proposito ai "600 suicidi in un solo Stato" risalenti
a pochi anni fa, uomini ridotti in miseria dal famigerato programma
Terminator).
Anche per aver denunciato le aberrazioni dei nuovi procacciatori
di affari stranieri, facilitati dalle semplificazioni per il
conseguimento delle licenze, Vandana Shiva è stata premiata
nel 1993 con il "Right Livehood Award", ritenuto il Premio Nobel
alternativo. Accanto ai meritati onori ha rischiato anche il
carcere, nel Punjab, per aver guidato migliaia di contadini
contro il potere delle multinazionali.
a
la ecofemminista più famosa nel mondo non si lascia certo
intimorire. E contrattacca. La incontriamo a Dehra Dun, in agosto,
intenta ad organizzare una marcia dei contadini contro la costruzione
di una diga sul Gange che obbligherà migliaia di persone
ad abbandonare i propri villaggi.
E.G.: Lei è fautrice del pensiero "Think globally,
act globally" (letteralmente "pensare globalmente, agire globalmente"):
quale scenario globale, secondo lei, si presenta ai nostri occhi,
ai giorni nostri?
V.S.:Negli ultimi anni sono riconoscibili 3 fenomeni non solo
persistenti ma crescenti. Una evidente crisi ecologica: nonostante
molti abbiano ripetuto per lungo tempo che non era poi un fenomeno
così serio, è da circa 15 anni che il problema ambientale
si è imposto alla maggioranza delle persone.
Un secondo fenomeno è stata la crescita smisurata della
violenza contro le donne ed in generale contro tutte le minoranze
siano esse etniche, culturali, religiose.
Un terzo ed ultimo tragico effetto della globalizzazione è
la perdita del senso della propria spiritualità in accordo
con la logica dell' "essere consumatori"e quindi dell'essere
attaccati alla parte materiale dell'esistenza.
E.G: Lo scenario di certo non tranquillizza.Quali sono, secondo
lei, le vie d'uscita,le possibili soluzioni?
V.S.: Attualmente sono in atto 3 rinforzi negativi. L'economia
negativa della globalizzazione, portata avanti dalle multinazionali,
crea un profondo stato di insicurezza nelle persone. Invece
che identificare le radici dell'insicurezza economica nell'economia
globale, ogni decisione politica è tradotta nella politica
del "noi" e del "loro". Ad esempio: "noi" siamo stati trattati
ingiustamente mentre "loro" hanno guadagnato solo privilegi.
La cultura dell'insicurezza porta le persone ad avere paura
dell' "altro" più facilmente. Così c'è una
recrudescenza della violenza, della guerra, del terrorismo.
L'insicurezza porta ad una politica negativa.
Ad esempio in Francia, l'ascesa di Le Pen è chiaramente
figlia di questo processo. Infine l'ultimo effetto a cascata
è l'identità negativa, le cui manifestazioni sono
il razzismo, la xenofobia, i genocidi perpetrati contro le minoranze.
Il circolo si chiude: l'identità negativa infatti rinforza
l'economia della globalizzazione.
Tutto sta nel convertire il "circolo vizioso" in "circolo virtuoso":
un'economia positiva rinforza una politica positiva che a sua
volta rinforza un'identità positiva.
E.G.: Che cosa si intende per "economia positiva"?
V.S.: Intanto la difesa della biodiversità e dell'agricoltura
biologica e tradizionale. Quindi, in sostanza, le tre parole
d'ordine: Anna Swaraj (sovranità alimentare), Bija Swaraj
(sovranità dei semi), Jal Swaraj (sovranità dell'acqua,
anch'essa in molte parte dell'India già sotto il controllo
delle multinazionali). I 3 passi obbligati quindi sono : Swadeshi
ovvero un'economia autosufficiente, Swaraj con regole autoprodotte
e Satyagraha per forzare gli altri alla verità.
E.G.: Qual è il primo passo per convertire un'economia
che lei giudica negativa attualmente, in positiva?
V.S.:Oltre agli interventi materiali che ho già spiegato
c'è un altro cambiamento necessario: è un cambiamento
mentale.
Per centinaia di anni l'Occidente ha radicato la sua interpretazione
del mondo sulla divisione cartesiana tra soggetto ed oggetto,
tra "mind" e "matter" ("mente" e "materia"). Il paradigma basato
sulla divisione, sulla separazione ha condotto a questa situazione
di emergenza, non solo ecologica. Nel momento in cui ci liberiamo
dalla prigione mentale della separazione ed esclusione e guardiamo
il mondo nella sua interconnessione, nuove alternative emergono.
La disperazione diviene speranza. La violenza lascia la via
alla non-violenza. La povertà si trasforma in abbondanza
e l'insicurezza in sicurezza. Anche con questo intento è
nato il movimento Living Democracy, o in lingua indiana "Jaiv
Panchayat", che è Earth Democracy -ovvero la "Democrazia
della Terra"- : esso è nato per ricordarci che siamo un
tutt'uno con Madre Terra, che non c'è separazione, perché
tutto è interconnesso. Ci rammenta quindi la nostra responsabilità.
Responsabilità nel perseguimento della giustizia, della
sostenibilità e della pace che sono i tre principi fondamentali
di questo movimento.
E.G.: Infine, due domande: se dovesse indicare una strada
unica di lotta al movimento mondiale contro la globalizzazione,
portatore di mille facce ed istanze, quale indicherebbe? E ai
lettori del nostro giornale quale è il la notizia positiva
in questo momento nel mondo?
V.S.: La strada unitaria di lotta per il movimento anti-globalizzazione
è quella che ho appena descritto. Il primo passo è
quindi l'economia positiva, ovvero la prospettiva ecologista,
poiché il problema ambientale è quello che accomuna
tutti gli uomini. Perché la Terra ci appartiene ma contemporaneamente
noi apparteniamo alla Terra.
Per quanto riguarda il messaggio ai lettori, io penso che in
questo momento la notizia positiva possa essere una qualsiasi
notizia, anche piccola,volta a rimuovere la paura e la mancanza
di speranza dalla mente delle persone. Infatti solo queste due
cose, la paura e l'assenza della speranza, tengono lontane le
persone dal fare il passo verso la costruzione di un mondo migliore.
|
|
|